Sant'Agostino alla Zecca.
Una chiesa talmente grande da non poterla fotografare per
intero, letteralmente affogata fra i palazzi che nei secoli le si sono
affiancati. Una chiesa salvata quasi per miracolo dal nefasto Risanamento, che
l'ha costretta in un vicolo oscuro al margine del piemontese corso Umberto.
Nella pianta Baratta appare un edificio austero, monumentale, così grande da
gareggiare con il Duomo cittadino: voluto da Carlo I d'Angiò, e terminato sotto
Carlo II e infine Roberto D'Angiò, fu ripetutamente rimaneggiato e restaurato
fino al drammatico sisma del 1980. Da allora, poco più di 40 anni, nessuno l'ha
più vista aperta: perennemente cantierizzata, sensibile ai crolli, ricettacolo
per immondizia, tossici e malaffare, è uno dei principali simboli del degrado
(ormai secolare) in cui versano molti dei nostri monumenti. Attualmente non
esiste neppure un inventario delle opere d'arte al suo interno. Studiando la
pianta Baratta l'ho sempre immaginata come la grande cattedrale gotica per
eccellenza, pur non avendola mai visitata, pur sapendo che di quel memorabile
gotico rimane poco o nulla. La si vede bene, nel lavoro del Baratta, ergersi
poderosa fra le piccole abitazioni d'età medievale, visibile praticamente da
qualsiasi punto della città, come fosse un faro, una guida sicura per chi si
aggirasse nei vicoli scuri, un riferimento sicuro e un vanto, per chi la
mostrasse ai forestieri. nell'ultima foto, la sua malinconica situazione
attuale: letteralmente affogata nel cemento, mortificata dalle costruzioni del
Risanamento, illeggibile in quello che doveva essere il suo splendore e per di
più inaccessibile.


